Critica

ELENA TUTIK TRA FIGURA E PAESAGGIO

da Maurizio Scudiero

Nel vasto panorama dell’arte contemporanea esiste una nicchia definita “pittura colta”, che è stata anche intesa come una “retro-avanguardia”, o, in altre parole, come ciò che viene “dopo” l’avanguardia, volendo appunto “ricostruire” ciò che l’avanguardia ha distrutto. Ma ricostruire recuperando dei “valori”. Si tratta per la gran parte di pittura figurativa propriamente di figura, ed in minor parte di paesaggio, dove il “dato” figurativo è funzionale ad una precisa forma mentis.

Bambina di BirmaniaElena Tutik, originaria di Chernigov, nel nord dell’Ucraina, si è fatta conoscere nel 2010 con una prima mostra di strabilianti paesaggi montani, che Mario Cossali definì come una vera e propria “venerazione sacra al mito della montagna, alla forza e alla potenza della montagna, intesa come protagonista di un ricorrente sogno visionario, nel quale l’uomo avverte il simbolo più potente della natura, rappresentativo della sua bellezza e contemporaneamente della sua impenetrabilità”.

Ebbene, ora la Tutik si sta dedicando con eguale intensità emotiva, ed introspettiva, al tema della figura, tema che peraltro aveva sempre praticato, però non con questa nuova declinazione, che è quella dell’interesse non solo etnico ma anche etico.

Si tratta di una pittura che si aggrappa alla figura con modalità quasi fotografiche o iperrealiste, ma che non è comunque solo un vuoto esercizio di bravura o perizia, appunto tecnica, ma si sostanzia come pittura colta proprio perché ne ha i “contenuti”, appunto in quella scelta di campo che è quella di portare in primo piano quelli che possono sembrare degli “alieni”, dei “paria”, della moderna società dei consumi. Gente che vive la propria vita, serenamente, con il minimo indispensabile, se non ai limiti della sopravvivenza. Si tratta, in genere, nella scelta dei suoi soggetti, proprio degli estremi della parabola vitale: bambini e vecchi. E questo perché si tratta proprio dei soggetti più indifesi che la Tutik “eleva” perciò ad “icone” della disuguaglianza del mondo. Dei severi moniti camuffati in una forma estetica che invece li rende appetibili agli occhi di tutti.

Insomma un modo originale, appunto “colto”, per fare pensare all’altra metà del mondo.
Verrebbe da dire che questa è una pittura “sociale”, ma non è questo l’approccio centrale della Tutik, che piuttosto vuole porre l’accento sui “tipi umani”, cioè sul loro “essere nel mondo”… a prescindere.

Dunque la Tutik propone dei “valori” etici e li va a cercare presso altre etnie proprio perché la spontaneità di un “certo” vivere non è stata ancora abbruttita dai benefici del progresso.
E dunque, questa, è un’altra faccia del lavoro della Tutik, che non sostituisce quel filone ormai consolidato del paesaggio, specie di montagna, ma vi si affianca con eguale impegno creativo e con altrettanto impegno esecutivo dove il gioco delle texture, cioè il dialogo tra pennello e spatola, diviene elemento ordinatore di una geografia della figura che è del tutto nuova, appunto perché riconoscibile ma al tempo stesso anti-naturalistica
Si tratta di una parte del suo percorso creativo che si sta già aprendo a nuovi orizzonti e dei quali queste opere sono solo i primi risultati.

 

LE MONTAGNE DI ELENA TUTIK COSTRUISCONO UNA VISIONE CARICA DI NUOVA VITA E DI NUOVE EMOZIONI

da Mario Cossali

Ruscello 60x80 2011

Elena Tutik si è presentata per la prima volta al pubblico di Rovereto e della Vallagarina con una mostra molto significativa che ha destato imprevista curiosità e partecipata attenzione: un’autentica novità! La sua è una pittura di spatola di notevole impegno dedicata con una sorta di venerazione sacra al mito della montagna, alla forza e alla potenza della montagna, intesa come protagonista di un ricorrente sogno visionario, nel quale l’uomo avverte il simbolo più potente della natura, rappresentativo della sua bellezza e contemporaneamente della sua impenetrabilità. Elena Tutik in ogni sua composizione è alla ricerca della luce, la insegue, la cattura e la esalta su uno sfondo piatto a colore unico.

La luce delle montagne, per essere più precisi, delle Dolomiti, entra cosi, immagine dopo immagine, nel nostro sguardo e lo trascina in un viaggio certo interiore, ma che non può provarsi di rincorrere le altezze e le asprezze che ha davanti, come se stessimo veramente ascendendo: la montagna come occasione di riscoperta di noi stessi, delle nostre vertiginose profondità, proprio quelle che spesso abbiamo paura di percorre. Elena Tutik dimostra di avere già un buon bagaglio tecnico, frutto anche di un efficace magistero, quello di Annamaria Gaio, legato ad una volontà di spremere dalla pittura non tanto una rappresentazione, magari pur piacevole, del mondo, di un mondo, più o meno soggettiva, più o meno realistica, quanto di costruire con i mezzi della pittura una vera e propria visione che sappia sciogliere i legami di scontate aspettative e nella quale l’artista si senta come pesce nell’acqua, “nuotando” in un elemento di nuova vita e di nuove emozioni.

 

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